sabato 13 agosto 2011

LAMPEDUSA: MA QUANTO MI COSTI?



Ieri mattina all’aeroporto mentre assistevo da lontano al trasferimento di venti maghrebini, tra cui pare vi fosse anche una donna, diretti al CIE di Ponte Galera a Roma, pensavo ancora una volta ai costi di trasporto e di gestione dei centri, ripensavo ad un articolo letto prima di partire sui costi di Frontex per i rimpatri aerei e ripensavo ai racconti dei pescatori e di alcuni abitanti dell’isola.
Pensavo alla storia di Lampedusa, isola un tempo più autosufficiente economicamente, in cui oltre alla pesca si praticavano l’agricoltura e la pastorizia di sussistenza, pensavo all’immagine narrata di un’isola disegnata da vitigni di uva dolce e di carrubi, ai pomodori, al pane fatto in casa ed ai formaggi. Il progressivo disboscamento necessario alla creazione di spazio per le coltivazioni, prima, e per il moltiplicarsi delle costruzioni, poi, ha inevitabilmente inaridito il terreno.
Negli anni cinquanta con l’arrivo della corrente elettrica, la possibilità di conservare il pesce nel ghiaccio ha indotto molti ad abbandonare l’economia del baratto legata ad agricoltura e pastorizia per dedicarsi alla pesca ed all’economia monetaria legata al suo commercio.
Oggi anche la pesca è al suo tramonto, un po’ per la riduzione della pescosità del Mediterraneo un po’ per l’assenza di ricambio generazionale; l’agricoltura non esiste quasi più, così come la pastorizia…ci sono solo conigli, cactus e rocce spoglie, battute dal sole e dal vento.
Ora a Lampedusa tutto viene da fuori e tutto costa tantissimo: l’acqua, il cibo, il petrolio per i trasporti e per la corrente elettrica…c’è solo un liceo scientifico, un solo poliambulatorio in cui i medici specialisti si alternano in giorni precisi della settimana…tipo se ti fanno male i denti martedì, devi aspettare che arrivi il dentista venerdì…alla fine ho pensato che lo Stato, piuttosto che ostinarsi a spendere soldi per spezzare la vita di uomini e donne libere sulla faccia della terra, potrebbe spendere molto meglio i soldi affidatigli per permettere ad esempio ad una donna lampedusana di partorire una nuova vita a casa sua, senza dover spendere centinaia e centinaia di euro per trasferirsi ad Agrigento o a Palermo con la mamma o la sorella un mese prima di partorire…
 Brigate di solidarietà attiva